Archive for ottobre, 2015

Il popolo del balòn.

Oggi siamo in Liguria. Il paese è Dolcedo, il paesaggio la valle del Prino. Le coordinate geografiche sono 43°54’ Nord e 7°57’ Est.

Tutto era iniziato davanti a una fotografia di Salgado, con due grandi foche in primo piano. Una voltava la testa verso di noi e ci osservava con intensità. Un bianco e nero d’altri tempi, fatto di pellicole a bassa sensibilità, tempi d’otturazione rapidi, obiettivi affilati come diamanti e notti passate in camera oscura.

Davanti a quella foto, Antonio (Ricci) mi aveva chiesto:
– Conosci il pallone elastico?
Per fortuna sono cresciuto a Lusignanoun paesino da niente a un passo da Albenga. Da un lato il mare della Gallinara, davanti il Centa e dietro i cinghiali; dall’altra parte del mondo, verso Monesi e il Saccarello, si distende la Valle Arroscia. Da bambino mi portavano a Pieve di Teco, a vedere le quadrette giocare nella piazza del paese.
Guardo Antonio e domando:
– Il balòn?
Lui si accarezza il pizzetto e mormora:
– Non c’entra niente vero?
Be’, con le foto di Salgado non c’entra niente; ma con Paesi, paesaggi c’entra, eccome se c’entra.

E allora eccoci qui, a Dolcedo, per raccontare la semifinale del campionato di pallone elastico. La pallapugno si gioca solo nella Liguria di Ponente e nel Basso Piemonte. Il campo si chiama sferisterio, un nome che ricorda il Calvino di Palomar e delle Cosmicomiche, e invece è una specie di piazza allungata: per il popolo del balòn la vera piazza del paese. Nei piccoli centri di campagna, dove questo gioco antichissimo ha attecchito così bene da soffocare il calcio, lo sferisterio è ricavato davanti alla chiesa, di fronte al municipio, dietro alle scuole o dovunque ci sia uno slargo lungo un centinaio di metri e largo una ventina, con un po’ di spazio da un lato per accogliere i tifosi e una protezione sul lato opposto per tenere in campo la palla. Può essere un muro, una rete, qualsiasi cosa che permetta al tiro del battitore di correre lungo quella linea di confine tra le case e il bosco, la terra e l’aria.

Oggi tira vento di mare. Per chi batte è un bel vantaggio, ma bisogna saperlo sfruttare: se alzi troppo la palla, la butti nel fiume; se la tieni bassa, non arrivi dall’altra parte.

Ogni tanto, in cerca d’ispirazione, riguardo su internet qualche frammento del Viaggio in Italia di Mario Soldati. Il maestro insegna che prima di tutto vengono i luoghi, poi le persone. E allora partiamo dal paesaggio e dalla strada che lascia Imperia e si annoda su se stessa come un pitone sul fondo di una cesta. Ci lasciamo incantare e risaliamo la valle del Prino, che è tutta un susseguirsi di piccoli borghi che spuntano dal bosco in cerca di luce. I campanili delle chiese per primi, poi le case. Ci fermiamo sul bordo di una di quelle curve e giochiamo a individuare i paesi tra gli olivii castagni e gli arbusti di macchia mediterranea. Sembrano folletti: quasi non li vedi, ma sai che ci sono, tenuti insieme da una rete invisibile di relazioni umane, storie di terra e di caccia, partite a carte e scommesse al balòn.

Dolcedo è uno di quei borghi, il più ricco e importante, quello che la strada raggiunge meglio di tutti; per questo era la sede del mercato e per questo – da sempre – si chiama anche Piazza. Le prime inquadrature sono sul ponte in pietra dei Cavalieri di Malta. Il torrente scorre in bassocon un rigagnolo d’acqua che accarezza le vecchie ruote dei mulini. Sono magnifiche, ferme e abbandonate. Basterebbe poco per rimetterle in sesto.

Davide cammina con la sedia in spalla raso i muri delle dimore storiche. Entra in un loggiato scuro. Sembra un’antica sala d’aspetto, o l’ingresso di una villa nobiliare. Davide apre una porta e scopre un minuscolo, delizioso cortile. Mi ricorda il mondo arabo: sobrio, quasi assente all’esterno e lussureggiante all’interno. È così anche qui a Dolcedo, nella piazzetta della chiesa parrocchiale di San Tommaso. Suonano le campane e ci ricordano che sono quasi le undici: l’ora della messa. Dobbiamo fare in fretta. Mettiamo qui la sedia, e non potrebbe essere altrimenti. Questa piccola piazzetta di Dolcedo, vale da sola la puntata.

La chiesa è d’impianto medievale, ma è stata ricostruita nel Settecento. Facciata barocca e portale rinascimentale. L’interno, a tre navate, è ricchissimo. Il parroco mi spiega che un tempo era tutto decorato con stucchi verdi e rosa, come quelli che si vedono ancora nella parte anteriore; poi verso la metà dell’Ottocento è stata applicata una tinteggiatura blu. Ci sono capitelli e lesene dorate a ingentilire l’impianto decorativo, ma l’intensità del blu cobalto è stupefacente. Un colore tanto vivo da sembrare falso.
– È la qualità del pigmento – dice Davide – Un lavoro ben fatto.

Le campane suonano ancora. Battono l’ora e annunciano l’inizio della funzione. Per noi è tempo di andare. Di là del fiume, nello sferisterio, ci aspettano Daniel e il popolo del balòn.

Daniel è un giovane della zona, un campione della pallapugno. Nella vita fa l’agricoltore: tutti i giorni tra gli olivi di famiglia e la sera ad allenarsi. Ci aspetta paziente fuori dagli spogliatoi e ci introduce al rito della vestizione.

È un ragazzo di poche parole; oggi ne usa ancora meno. Lui è il battitore, il perno della squadra. Detto per inciso, i giocatori sono quattro: in fondo il capitano che batte e fa punti, poco più avanti la spalla e al centro del campo i terzini. La potenza e la precisione dietro, l’astuzia e l’agilità davanti.

Daniel prende tempo. Gesti lenti, misurati, che lo portano alla battuta come un cammino rituale. Dalla borsa prende delle bendele svolge e a una a una le annoda sulla mano e sul polso. Ogni giocatore ha le sue: le sceglie in casa e in merceria, le strappa da vecchi materassi. Poi mette degli strati di gomma e un profilo in cuoio.

– Quello l’hai tagliato tu? – domando.
Daniel non mi risponde nemmeno. Con la testa è già nel gioco, alla conquista di una caccia.
Questa delle caccie è una faccenda complicata. Il balòn è un gioco semplice da direimpossibile da capire, a meno di non esserci nati dentro. Il campo non ha una rete e durante il gioco si spostano i limiti del fondo – le caccie, appunto – a seconda di dove si fa morire una palla.

Come la briscola al bar: quando credi di aver capito tutto, non hai capito niente.

Intanto, mentre le quadrette si scaldano e il vento rinforza, il popolo del balòn prende posto. La leggenda dice che fino a pochi anni fa la pallapugno non esisteva senza le scommesse. Un po’ come il poker senza il piatto. Chiedo in giro, ma tutti scuotono la testa e giurano che di scommesse, oggi non se fanno.
– Qui però la gente viene con il coltello – mi dice uno per prendermi in giro. Ha capito che non sono del mestiere. Lo guardo stupito e lui, in dialetto, continua:
– Mica per accoltellare la gente, per affettare il salame!
E giù risate, mentre Daniel continua a battere e a macinare punti. Conquista caccie e la gente esulta. Però vedo che tutti applaudono un buon colpo e tutti fischiano un errore. Mi lascio sedurre da questo piccolo mondo antico, senza troppe divisioni. La partita è molto più di un evento sportivo: in campo – con i giocatori – scende tutto il popolo del balòn, ognuno con i propri sogni.

Potenza, precisione, riflessi… ma anche passione, lealtà, rispetto…
Anche questa è l’Italia della qualità.

Bene, ora è tempo di andare. Ci aspettano altri paesi e altri paesaggi.

Venite a Dolcedo, nella valle del Prino; ma non come turisti, mi raccomando, come ospiti.

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I peperoncini della Carnia.

Oggi siamo in Friuli VeneziaGiulia. Il paese è Tolmezzo, il paesaggio la Carnia. Le coordinate geografiche sono 46°24’ Nord e 13°1’ Est.

La cena è una prova generale. Si legge la sceneggiatura, si decidono le inquadrature, si pianificano le riprese. Soprattutto ci si conosce. L’osteria si trova a Verzegnis e l’oste è un personaggio molto particolare: albergatore, ristoratore, politico. Oggi però si parla solo di cibo e di cultura della terra. Il suo ristorante è diventato il centro dell’attività di Pietro e Marco, i protagonisti della puntata. Nelle cucine, Marco realizza alchimie a base di peperoncini piccanti mentre nel laboratorio – ricavato sotto il locale – Pietro essicca, trita e lavora oltre cento varietà di questi variopinti frutti esotici.

La storia che siamo venuti a raccontare qui a Tolmezzo è al tempo stesso un sogno e una sfida: una vicenda che si ambienta perfettamente in Carnia, proprio perché sembra non avere niente a che fare con questa terra. Qui le montagne sono più rocciose che altrove. Oltre una certa quota, infatti, gli alberi svaniscono e il bosco lascia spazio alla pietra. È una questione di clima, troppo rigido per le piante. Le pareti sono verticali, come gli stipiti delle porte. Il Tagliamento è un immenso letto di ghiaia percorso da un intreccio di corsi d’acqua; visto dall’alto sembra un merletto, come la laguna di Venezia. Tutt’intorno sassi e arbusti: la nostra piccola steppa.

Lontani da tutto, però, è più facile avvicinare se stessi. Qui, dove solo il 2 per cento del territorio è seminato, Pietro e Marco hanno deciso di coltivare il peperoncino. Un sogno e una sfida, dicevamo. Ma anche un’idea geniale, frutto di un’antica passione per queste piante e una naturale inclinazione a complicarsi la vita.

Ma come può crescere il peperoncino in Carnia?

La risposta è nella qualità del terreno, nella salubrità dell’aria e nella purezza dell’acqua, ma soprattutto nel clima, caratterizzato da forti escursioni termiche. È proprio la variazione di temperatura tra il giorno e la notte che esalta l’ampiezza della gamma aromatica del peperoncino, senza modificarne la piccantezza. Pietro e Marco ne coltivano oltre cento varietà, tra cui l’Ibrido Carnia, creato proprio da loro e ormai pronto per essere certificato dall’Università del New Mexico, la banca mondiale del peperoncino. Aiutati da alcuni agricoltori locali, Pietro e Marco lavorano piccoli appezzamenti di terreno tra Caneva e Gemona, in varie zone di pianura e montagna. Spesso, dove tutto sembra impossibile, si realizzano le cose migliori.

L’indomani mattina, l’acqua della doccia si confonde con quella che scroscia nella grondaia accanto alla mia camera. Piove a dirotto da ore e non accenna a smettere. Apro le finestre, in cerca di uno squarcio sereno. Quando scendo in strada, Massimo – il nostro regista – è già lì che fuma e scruta il cielo. Arriva l’auto di Pietro. Con lui c’è un amico e collaboratore, un giovane vivaista. Oggi è giorno di mercato e mi stupisco di vederlo con noi.
– Non sei al banco?
– Oggi non è giornata. Non apro nemmeno il gazebo, tanto non viene nessuno…
Se lo dice lui, significa che il tempo non cambierà. Potrebbe essere il colpo di grazia, invece è solo l’inizio della giornata.
Cambiamo il programma delle riprese e ci dirigiamo nel ristorante-laboratorio, montiamo le luci e ci diamo da fare per valorizzare i peperoncini di Pietro e Marco. Abbiamo a disposizione ceste intere di varietà multicolori. Ce ne sono di ogni tipo e dimensione. Sono bellissimi e non è difficile renderli preziosi.

HabaneroHot lemonCajennaEspeletteSerranoUngarico. Dopo la raccolta, una sapiente lavorazione permette di realizzare blend secchi per ogni preparazione, sali aromatizzati, gelatine piccanti di frutta e confetture rosse, verdi e gialle, con diverse percentuali e combinazioni di peperoncini.

Davide li presenta davanti alla telecamera, assaggiando le confetture e le gelatine su scaglie di formadi frant, il formaggio di malga tipico friulano, realizzato riutilizzando le forme avanzate o difettose, che vengono opportunamente tagliate a striscioline o grattugiate, amalgamate con il latte e ricomposte nelle fascere. Una vera specialità nata – come spesso accade – dalla necessità di non buttare via niente. Un mondo di sapori e di profumi che stimolano la cucina creativa. La cuoca del ristorante prepara davanti ai nostri occhi uno straordinario tempura di Ancio e Jalapeño, poi un frico piccante e i cjarsons con una spruzzata di cioccolata montezuma.

Quando proprio non c’è più niente da riprendere negli interni, indossiamo la mantella, copriamo di plastica la telecamera e saliamo in macchina. La prima sosta è sul Tagliamento, tra i rovesci di pioggia, i fumi bianchi della cartiera e le nubi basse che chiudono l’orizzonte e risalgono i monti. Davide è in gran forma. Come sempre nelle avversità, risolve a colpi di carattere. E poi ama il Friuli e il Tagliamento; un giorno mi racconterà cosa lo lega a questa terra e al suo grande fiume. Poi facciamo tappa nella rivendita di prodotti agricoli e ognuno di noi acquista un paio di stivali. Ci siamo anche fatti prestare il gazebo dall’amico vivaista e siamo pronti a tutto. Risaliamo in auto e ci dirigiamo nel campo di Gemona, pieno di peperoncini maturi che i contadini stanno raccogliendo in questo periodo. Sulla strada passiamo davanti a Venzone. C’è sempre da restare sbalorditi di fronte alla poesia di questo luogo, che l’uomo ha realizzato, la natura ha distrutto e l’uomo ha ricostruito, identico a prima. La chiesa, le mura, le case: tutto come l’originale, con le stesse pietre recuperate tra le macerie del terremoto e rimesse a dimora. Un’altra storia di tenacia incrollabile, possibile solo qui. Mani forti e pazienti, mai stanche di realizzare ciò che la testa e il cuore comandano.

Nel campo, sotto la pioggia, i contadini oggi non lavorano. Sono tutti nella rimessa e ci aspettano per fare festa. Hanno i salumi, i formaggi, il vino. Ci riempiono di attenzioni e noi cerchiamo di ricambiare montando il gazebo e filmando Davide che posa la sedia tra i peperoncini fradici, affermando di sentirsi come a casaSiamo al centro di una piccola pianura, ma intorno a noi le montagne chiudono ogni varco. Cielo bagnato e nuvole che salgono le chine rapide. Massimo – il regista – cattura tutto, anche di più. Frammenti che in gergo chiamiamo fegatelli e che spesso dicono più delle parole. Ma il vero colpo di genio arriva quando il cielo improvvisamente si apre e noi raggiungiamo il poligono militare alla base del Monte Amariana. Una cresta piramidale, con una vasta distesa di rocce bianche che attraversa, come una colata di candida lava, un bosco di alberi radi a basso fusto. In sottofondo, i colpi delle esercitazioni. Un paesaggio lunare, ipnotico, che racchiude il carattere della Carnia: durezza severa da un lato, tenacia quieta dall’altro; capacità di dialogare con la sofferenza per poi sorridere del riscatto. I colpi di mortaio scuotono le viscere e ci ricordano la guerra, che qui si è combattuta più che altrove. In questi lembi d’Italia, la terra ricopre le nostre radici.

Bene, ora è tempo di andare, ci aspettano altri paesi e altri paesaggi.

Prima però torniamo rapidamente a Tolmezzo per restituire il gazebo, gustare al volo un’ultima fetta di frant con la gelatina piccante e salutare Pietro e Marco. Ma l’ospitalità friulana è come la nebbia: nemica della fretta. Ci aspettano tutti al ristorante, per stappare del vino e mangiare la torta che hanno preparato mentre eravamo al lavoro nei campi.

Venite anche voi a Tolmezzo, in Carnia; ma non come turisti – mi raccomando – come ospiti.

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La toma dei Walser.

Oggi siamo in Valle d’Aosta. Il paese è Gressoney, il paesaggio la Valle del Lys. Le coordinate geografiche sono 45°46’ Nord e 7°49’ Est.

Partiamo al mattino presto dal Forte di Bard, che è ormai diventato il nostro punto di riferimento per le escursioni in Valle. Bastioni severi, pietra che sembra sbalzata dalla roccia: uno straordinario motore culturale racchiuso in una fortezza dal fascino austero, quasi severo. Al Forte si respira aria buona, la stessa freschezza che accompagna la libertà di pensiero; queste mura sanno ospitare le idee e gli stili più diversi, offrendo in ogni periodo dell’anno una molteplicità di stimoli che sono un vero nutrimento.

La salita verso la cima del monte fa tappa a Gressoney Saint-Jean, nel cuore della valle del Lys e della cultura Walser. Per noi oggi è solo un luogo di passaggio, una specie di campo base da cui partire per raggiungere gli alpeggi del Loo. Lassù conosceremo Simone, un giovane che sta tenacemente praticando la pastorizia d’alta quota, come facevano i suoi antenati Walser. Le abitazioni tipiche in legno e pietra, con gli stemmi dipinti sui balconi fioriti, fanno da sfondo alle prime inquadrature. Poi le attrezzature salgono sull’elicottero. Anche Davide monta sul Koala, seguito dal resto della troupe. Io invece mi accorgo di aver dimenticato i calzoncini. Così indosso i bermuda del pigiama, allaccio le scarpe e comincio a correre lungo il sentiero. Dopo meno di un’ora sono in cima, in un pianoro sospeso che chiamano La valle dei principi. Un luogo di una bellezza struggente; ma non è l’alpeggio del Loo.

La montagna ha sempre qualcosa da insegnare. Volevo salire in fretta, quasi fare a gara con l’elicottero. E invece eccomi lì, a camminare avanti e indietro, alla ricerca del sentiero che non c’è. Credo che la lezione di oggi sia legata ai concetti di tempo e di attenzione da dedicare alle cose. Così comincio a scendere, sempre cercando un collegamento con l’altra valle, ma assaporando ogni passo. Incontro le case dei pastori, i caprioli che mi girano intorno senza lasciarsi avvicinare, le marmotte che fischiano, l’acqua che sgorga e scorre. Ritorno a Gressoney, imbocco il sentiero giusto e ricomincio a salire.

Il vallone del Loo ha un aspetto aspro e delicato al tempo stesso, incassato tra due pareti di montagna: da un lato il verde di pascoli, dall’altro il grigio delle rocce e dei sassi che rotolano verso il torrente. Un lieve declivio sospeso a duemila metri di altezza, con un primo villaggio da cui parte un sentiero delimitato da una coppia di muretti in pietra. In alto le baite che i Walser hanno costruito nel corso dei secoli, attorno a una cappelletta del Cinquecento. Un villaggio dove almeno una quarantina di persone potrebbero vivere e fare famiglia; invece c’è solo Simonecon la madre e il padre. Oggi però ci siamo anche noi. La montagna sembra sempre perfetta a chi la guarda dal basso, con il distacco di chi vive altrove: una sorta di dono della natura. Invece è la mano dell’uomo che la modella e la cura, pulendo i boschi, tagliando il legname, mantenendo i pascoli, tracciando i sentieri. Veri e propri manufatti che tutelano il territorio. Realizzati da persone rare. Come dice Davide: beni culturali viventi. Simone è uno di loro. Qui negli alpeggi del Loo, sulle pendici del Monte Rosa, produce la toma di Gressoneyil formaggio tipico della comunità Walser.

I Walser sono una popolazione di origine alemanna, che si è spostata in queste valli in epoca medievale, quando il riscaldamento della terra ha reso accessibili alcuni passi alpini, prima impraticabili. La capacità dei Walser di abitare e bonificare le zone di montagna più alte e impervie è da sempre straordinaria. La compattezza culturale della popolazione è fortissima, quasi sacra. Ha mantenuto con orgoglio la lingua, le architetture, i costumi, le tradizioni. La toma di Gressoney racchiude tutti i sapori e i valori della cultura Walser. È un formaggio a latte crudo, che Simone realizza per uso familiare esattamente come faceva il nonno quando era bambino.

Il latte delle due mungiture viene miscelato e raffreddato con acqua di sorgente. Dopo la scrematura, la cagliata viene lavorata finemente e poi scaldata al fuoco di legna. Le forme, una volta nelle fascere, stagionano in grotta su assi di abete e vengono pulite e salate ogni tre giorni.

Simone mostra a Davide come si raccoglie a mano il formaggio sul fondo del paiolo, per poi estrarlo e metterlo in forma. Prima però bisogna assaggiarlo. La pasta è morbidaleggermente granulosa. Trasuda latte ed è elastica. Dolcissima.
– La senti sotto i denti? – domanda Simone – Quando fa così, il nonno diceva che era buona.
Poi un gesto rapido, preciso. La massa morbida vola dal rame della pentola al legno della fascera, avvolta in un telo grezzo pulito.
Adesso bisogna metterla sotto un peso, per togliere il residuo di latte. Simone usa un ingegnoso sistema di leve in legno. Quasi timidamente, con molto rispetto, Davide impugna il braccio della leva e accenna a togliere il fermo.
– Posso fare io? – domanda
– Certo – risponde Simone – Fai con comodo, non c’è fretta.
Davide libera il braccio della macchina e guida il legno sulla toma nella fascera. È troppo corto. Simone misura a occhio lo spazio, si china sotto il banco e prende alcuni spessori di legno. Davide rimane immobile con le mani sospese, ferme sulla leva, come se fossero gli ingranaggi di un orologio e lui stesse fermando il tempo. Un istante magico; il tempo sembra davvero essersi fermato, mentre la pioggia comincia a battere sul tetto della baita.

Il sole della mattina è diventato un violento temporale, e noi dobbiamo ancora filmare molte scene in esterni. Massimo – il nostro regista – ci ordina di uscire, mentre Marco, l’operatore, avvolge nella plastica la telecamera. Raggiungiamo un pianoro sopraelevato, un punto di vista privilegiato sulla valle e il villaggio. La pioggia è sempre battente e la grandine non dà tregua. Ma nessuno di noi cerca un riparo. Gli animali ci raggiungono incuriositi e noi restiamo lì, a fare il nostro mestiere. La forza del gruppo è contagiosa. Stiamo registrando immagini suggestive, con il ghiaccio che rimbalza sulla schiena delle vacche e sulla fronte di Davide, il quale giura di sentirsi come a casa.

Dopo un po’ arriva dal pascolo anche il padre di Simone, con i vitelli. Il cane ha il pelo zuppo d’acqua, ma per lui è una giornata come un’altra. Si avvicina scodinzolando a Davide. Gli poggia il muso sulle ginocchia. Davide lo accarezza, come accarezzava Pongo tanti anni fa.
– Sei un bravo cane – dice – Proprio un bravo cane…
Abbiamo quasi finito. Il cielo si apre di nuovo mentre scendiamo con Simone nella grotta di stagionatura. Sulle assi di abete mettiamo le due tome prodotte oggi. Un’altra spruzzata di sale e poi via, verso nuovi paesi e nuovi paesaggi, facendo attenzione a non mettere i piedi nell’acqua di sorgente che scorre al centro della baita per mantenere costanti la temperatura e l’umidità.

Bene, ora è tempo di andare.

Venite anche voi a Gressoney, nella Valle del Lys e sulle montagne dei Walser, ma non come turisti – mi raccomando – come ospiti.

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Le bollicine del Friuli.

Oggi siamo in Friuli Venezia-Giulia. Il paese è Corno di Rosazzo, il paesaggio i Colli orientali del Friuli. Le coordinate geografiche sono 45°59’ Nord e 13°26’ Est.

Eravamo già stati qui la scorsa stagione per conoscere le tecniche di potatura di Marco e della sua squadra dipreparatori d’uva. La loro scuola si rifà a insegnamenti antichi e si basa su un’attenta osservazione della vite, per poi praticare tagli piccoli e non invasivi, che non interrompano il flusso linfatico. La sera prima delle riprese avevamo cenato con Manlio, uno dei più importanti viticoltori dei Colli orientali.
– Ragazzi in gamba, – aveva detto il grande vignaiolo, a proposito dei giovani preparatori d’uva di Corno di Rosazzo.
– Idee interessanti…
Poi avevamo parlato dei suoi vini: Merlot, Chardonnay, Pinot grigio, Sauvignon, ma
soprattutto Ribolla gialla, il vitigno autoctono che Manlio ha trasformato in un
sorprendente brutil simbolo stesso delle bollicine friulane.

Ma andiamo con ordine. Prima di tutto il viaggio. Anche questo è una sorta di flash back che ci riporta alla scorsa stagione di Paesi, paesaggi. Era una notte scura di pioggia e vento freddo; venivamo dalla Carnia. Eravamo stati a Tarvisio, nelle cave del Predil, dove Sante stagiona i suoi caprini a crosta lavata. Allora andavamo di fretta perché avevamo appuntamento proprio con Manlio, che ci aspettava paziente nella sua cucina, una delle più belle di tutto il Friuli.

Anche adesso andiamo di fretta. È sempre Manlio che ci aspetta paziente, ma non per cenare. Prima che faccia buio dobbiamo registrare una parte della puntata dedicata a lui e alla sua Ribolla gialla brut: tutte le battute in esterni di Davide, gli interni in cantina e le scene di degustazione. Quando arriviamo abbiamo i minuti contati. Giriamo intorno a Corno di Rosazzo alla ricerca di un evanescente centro storico che ricordavamo male. Ci fermiamo tra la chiesa e il Comune, dove un muro in pietra disegna una curva morbida verso le vigne. Il cielo si apre e ci regala l’ultima mezz’ora di luce; intensa e lieve al tempo stesso. I direttori della fotografia la chiamano luce a cavallo. Struggente e sfuggente. Non c’è tempo da perdere: il vento in quota fa correre le nuvole che s’inseguono attorno a quel che resta del sole. Sono bizzarre e imprevedibili, basta un istante perché la magia della luce si spenga e il paesaggio diventi scuro.

Davide è concentratissimo e non sbaglia una battuta. Massimo – il nostro regista – è soddisfatto. Dice sempre: «Buona la prima!» e effettivamente non rifacciamo niente. Dopo pochi minuti siamo di nuovo in macchina. Due curve, un breve rettilineo e eccoci nella corte del castello Zucco-Cuccanea, la dimora cinquecentesca che oggi è diventata la casa e l’azienda di Manlio e della sua famiglia. L’anno scorso, questa corte quadrata con un prato perfettamente rasato e un grande albero al centro era sferzata dalla pioggia e dal vento. Di notte l’avevo attraversata a capo chino con le spalle ingobbite per raggiungere il più velocemente possibile la cucina più bella del Friuli. Adesso che il vapore acqueo rende il paesaggio nitido e brillante, Davide avanza con passo deciso, la sedia in spalla, l’ombrello chiuso sottobraccio. Si ferma al centro del prato, posa la sedia accanto al grande albero, si siede e con aria serena esclama: «Qui mi sento come a casa!» Dice sempre così. Oggi, però, non fatico a credere che si senta davvero «come a casa».

Il castello Zucco-Cuccanea risale al Cinquecento. Manlio vi si è trasferito alla meta’
degli anni sessanta, ma l’azienda di famiglia era nata con il nonno Eugenio – nel 1896 – a
Rivignano.
– Era stato il nonno a trasmettermi la passione per il vino, – racconta Manlio.
– Era un personaggio di grande fascino, che amava la terra e l’uva. Gli piaceva condividere con me queste passioni.
– Faceva già una produzione di qualità?
Manlio sorride e scrolla le spalle. È un uomo alto, distinto, un vero gentiluomo di campagna.
– Faceva lo champagne! – esclama.
– Champagne?
– Lui lo chiamava così. Gli piacevano le bollicine, ma non sapeva come fare. Così metteva nel vino quella polverina che andava di moda allora per rendere frizzante l’acqua del rubinetto. Ma lei è troppo giovane, non se la ricorda…
– Giovane io? Diceva l’oste al vino: «tu mi diventi vecchio, ti voglio maritare con l’acqua del mio secchio». Rispose il vino all’oste: «fai le pubblicazioni, sposo l’Idrolitina del cavalier Gazzoni!»
Ridiamo al pensiero dello champagne del nonno Eugenio. Sono passate tre generazioni
e Manlio ha trasmesso quella stessa passione ai figli. Oggi la sua azienda è una delle più importanti e prestigiose della regione: è stato uno dei primi a portare i vini friulani nel mondo.

Ma il nonno Eugenio non gli aveva trasmesso solo la passione per la campagna e per il
vino. L’idea delle bollicine gli era sempre rimasta in testa. Fu Gaetano Perusini, una quarantina di anni fa, a parlargli delle qualità della Ribolla gialla e della naturale inclinazione di questo vitigno a diventare uno spumante di qualità. Perusini era un uomo di grande cultura, una figura centrale dell’enologia friulana: ricercatore, storico, docente universitario, vignaiolo, enologo, ampelografo. Un personaggio d’altri tempi, che aveva il senso del tutto.
– Perusini era convinto che la Ribolla gialla fosse il vitigno ideale per diventare uno spumante, – spiega Manlio.
– Il simbolo delle bollicine friulane?
– Proprio così. Dalle ricerche dello stesso Perusini era emerso il primo documento ufficiale riferito alla Ribolla in Friuli, che risaliva addirittura al 1298.

La Ribolla gialla è un vitigno difficile, tardivo, poco alcolico e lievemente acidulo.
Spesso occorre vendemmiarlo ancora acerbo, prima delle piogge autunnali, raccogliendolo a mano al mattino dopo che la brezza ha asciugato l’umidità della notte. La Ribolla gialla brutera un sogno e una sfida. Ci sono voluti anni di prove e tentativi, prima con il metodo classico, poi con il Martinotti-Charmat. Infine la soluzione: bisognava lavorare la Ribolla gialla come fosse Champagne. Tempi lunghissimi di fermentazione, in acciaio e in barriques, poi un lento affinamento in bottiglia per togliere ogni traccia residua di legno. Il metodo di Manlio – una personale rivisitazione del Martinotti-Charmat – ha fatto scuola e insegna il valore del tempo: per gustare la sua Ribolla gialla brut, dalla vendemmia al flute, passano almeno quattro anni.

Davide e Manlio scendono in cantina e raggiungono la sala che presto diventerà un
ristorante. Soffitto in legno con travi a vista, vecchi torchi disposti accanto alle pareti e
sullo sfondo una composizione di antiche botti.
– Lì dietro ci saranno le cucine, – spiega Manlio a Davide, mentre stappa con misurato
orgoglio una bottiglia della sua Ribolla gialla brut. Poi brindano, come sanno fare loro. Gente con il senso del tutto, capace di vedere in un bicchiere di vino cose che ad altri sfuggono.

Il vino, diceva Soldati, è la poesia della terra.

Bene, ora è tempo di andare, ci aspettano altri paesi e altri paesaggi. Venite nei Colli orientali del Friuli, ma non come turisti – mi raccomando – come ospiti!

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Tre giorni del gusto al Castello di Masino.

Il Fai – Fondo Ambiente Italiano – ha organizzato presso il Castello di Masino la prima “Tre giorni del gusto” con tutti i produttori di “Paesi, paesaggi”.  È stato un grande successo, grazie anche al clima molto favorevole.
Oltre cinquemila visitatori tra venerdì 25 settembre e domenica 27.
Molto pubblico anche alla presentazione del libro.

Ne abbiamo approfittato per girare la prima puntata della terza stagione.
Trasmissione freschissima, tutta di giornata: venerdì mattina le riprese, il montaggio nel pomeriggio presso la caffetteria del castello e poi in onda la sera. È iniziato un nuovo viaggio alla ricerca della qualità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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