Archive for aprile, 2014

La fattoria di Noè.

Oggi siamo in Lombardia; il paese è Valle Salimbene, il paesaggio quello della Bassa Padana.
La giornata è sospesa, in bilico tra pioggia e sole. Il cielo è coperto, l’aria umida. Penso all’estate da queste parti, quando la maglietta si appiccica al corpo tormentato dalle zanzare.

Daniele mi guarda con aria di sufficienza. Oggi è lui la nostra guida; conosce bene la zona e insegna alla Facoltà di Veterinaria, ma è il professore meno accademico che si possa immaginare.
«Qui non ci sono zanzare», mi rivela scandendo le parole. Poi, indicando un punto lontano, aggiunge: «Siamo più bassi del Ticino…».

Non so se credergli, lui è uno di collina. Però annuisco e penso alle truppe di Annibale che attraversavano questa regione. Uomini di tutte le razze che viaggiavano con le loro case; un popolo intero in assetto da combattimento che nel frattempo costruiva strade, fondava città, deviava i corsi dei fiumi e stendeva ponti come fossero panni al sole.

Raggiungiamo il greto del Po, ma anche del Ticino. Questo è il punto esatto della loro confluenza. Acqua in primo piano e pioppi sullo sfondo; in mezzo un continuo mutare di scenario, dall’acquitrino paludoso alla macchia boschiva.

Davide cammina lungo la riva, la sedia in spalla e l’occhio puntato indietro nel tempo. Forse anche lui pensa ad Annibale mentre guarda la macchina da presa e dice: «Il Po e il Ticino erano le autostrade dell’antichità. Attraversate per secoli da genti, merci e animali…».

Entriamo nel vivo della puntata. A due passi dal grande fiume, una manciata di metri fuori Pavia, c’è una specie di Arca a forma di fattoria. Un edificio a tipica vocazione agricola della fine del Cinquecento, rimesso in sesto nell’Ottocento. Una targa in pietra, posta sopra l’ingresso della stalla, riporta la data come fosse quella di costruzione.

Daniele mi mostra però i mattoni sul retro dell’edificio. Sono di un rosso più intenso e vivo degli altri. Più recenti, verrebbe da pensare a noi di città che vediamo i manifesti pubblicitari sbiancare dopo un paio di settimane. «Più antichi – afferma lui – molto più antichi».
Li facevano con una sabbia diversa, ma soprattutto li cuocevano nei forni a legna. Poi è venuto il carbone.

Oggi questa fattoria è la casa di Luigi, il protagonista della puntata, e delle sue trecento vacche. Il numero mi ricorda i trecento di Leonida contro le armate di Serse. Scaccio il ricordo perché quei valorosi erano tutti morti, pur essendo giovani e forti, mentre queste vacche sono sopravvissute all’estinzione.

Davide si siede in mezzo agli animali, dove c’è anche una capretta che ha appena partorito. Lui l’accarezza e la invita a restare mentre sullo sfondo due maschi si incornano, annunciando che la femmina è già pronta per un altro accoppiamento.

«Qui mi sento come a casa», dice Davide, e non è difficile credergli. È rilassato e convincente, dice cose in cui crede.
Parla di Luigi – Luigino per gli amici – un allevatore che, spinto da una passione infinita, si è dedicato alla difesa delle biodiversità bovine italiane.

«Pensate che il nome stesso Italia deriva da Viteliù, terra dei vitelli!»
Il termine non è latino, ma osco. Col tempo la lettera iniziale è sparita, un paio d’altre si sono modificate ed ecco il nome del nostro paese. La terra dei vitelli, appunto, e se c’erano loro, c’erano anche le loro madri.

Daniele sale in cattedra e mi spiega sottovoce che i bovini che girano oggi nel mondo sono quasi tutti italiani. Siamo, fin dall’antichità, un popolo di emigranti.
Nella fattoria di Luigino vivono capi di oltre venti razze diverse!
In questi anni ha salvato dall’estinzione la Varzese, la razza autoctona lombarda, che era già qui al seguito di Annibale.

Di nuovo il mito del comandante, l’africano più greco, romano e barbaro della Storia. Capace di imparare da tutti per poi insegnare a tutti. Una prodigiosa macchina scenica: l’incarnazione stessa della figura dell’eroe.
Ma anche Luigino, a modo suo, è un eroe. Non un comandante, ma un combattente. Per amore degli animali ha cominciato a salvare razze bovine. Nei suoi recinti convivono la Pontremolese, la Burlina, la Savoiarda, la Cabannina…

Chiama le sue vacche per nome e le alimenta a foraggio, come vuole Madre Natura. Hanno l’aria sana ma sono tutte magre, con la pelle del posteriore tesa sulle ossa affioranti.
Luigino e Daniele mi spiegano allora due o tre cose fondamentali.
Noi italiani abbiamo sempre usato il latte per fare formaggio. È solo dopo la guerra che abbiamo cominciato a berlo come gli americani. Così abbiamo inventato le fabbriche del latte, mentre nei paesi del Nord si è affermato il modello di fattoria domestica. Nelle loro case c’è sempre una vacca da mungere…

Davide assume una posizione comoda sulla sedia, mentre Luigino accarezza una Varzese: «A chi dice che queste razze nostrane, alimentate senza forzature proteiche né integratori vitaminici fanno meno latte delle Frisone, Luigino risponde con la matematica: una Cabannina, una Pontremolese o una Burlina producono solo 40 quintali di latte all’anno, ma vivono fino a vent’anni e mettono al mondo anche 15 vitelli. Non si ammalano mai e il loro cibo costa poco!»

Daniele gongola. Sottovoce mi ricorda che le Frisone producono anche 120 quintali di latte all’anno, ma sono iperselezionate: costano un patrimonio e vivono due o tre anni, dopo aver generato un solo vitello. A conti fatti, i conti non tornano. Produrre tanto e male, costa di più.

La mucca di famiglia non è un sogno idealistico, ma un modello concreto su cui ragionare. Un futuro possibile, dignitoso e sostenibile, già scritto nel nostro passato. Siamo chiamati all’innovazione, intesa nel senso etimologico del termine: “novare”, rendere nuovo l’esistente.
Nessuno crea dal niente, nemmeno Annibale e Noè.

Pomeriggio inoltrato. Sul pianale del trattore, opportunamente sollevato ad altezza tavolo, abbiamo steso una tovaglia bianca pulita, poggiato la pagnotta e disposto i salami di Daniele. Ha staccato alcune stalattiti dalla volta della sua cantina e adesso le taglia con orgoglio. Fette grandi nei salami piccoli, fette piccole nei salami grandi.

Il vino è del piacentino. Basta poco per fare felici gli uomini. In realtà questo poco è tanto: tutto ciò che serve.

Nel frattempo il sole si è disteso sulla Bassa e comincia a fare caldo. La stalla, dove questa mattina c’era un bel tepore, adesso è fresca. Le mucche sonnecchiano mentre noi ci apprestiamo a girare il momento forte della puntata. Davide ripassa la battuta, ma non serve. È venuto qui per dire ciò che sta per dire. Massimo controlla la messa a fuoco, verifica che l’audio non sganci. Motore, azione…

Davide la prende alla lontana, come ogni buon duellante che finge di maneggiare la spada peggio dell’avversario: «Luigino vive e lavora così perché è convinto che il nostro patrimonio zootecnico sia unico al mondo…».
Poi gira intorno al nemico e piomba su di lui come Annibale che scendeva dalle Alpi, attraversava l’Italia e dilagava sulle rive del Volturno: «Il problema è che anche Luigino è unico al mondo: dopo di lui non c’è nessuno! Non ci sono giovani che proseguano la sua attività e non ci sono istituzioni interessate a salvare una fattoria come questa!»

Davide si alza e si allontana, convinto che questa sia l’Italia della qualità da salvare. Noi lo seguiamo; ci aspettano altri paesi e altri paesaggi.
Ma nella fattoria di Luigino torneremo presto, per conoscere meglio le sue vacche e vedere se nel frattempo qualcuno si è interessato al loro futuro.
Venite nella Bassa Padana, mi raccomando; ma non come turisti, come ospiti!

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L’Arca a forma di fattoria.

Oggi siamo in Lombardia, alla confluenza del Po e del Ticino, le autostrade dell’antichità.
Il paese è Valle Salimbene, il paesaggio quello della Bassa Padana.

Questa nuova puntata di “Paesi, paesaggi” è dedicata a Luigino e alla sua fattoria, dove alleva circa trecento vacche da latte di oltre venti razze diverse!

Molte le ha salvate dal’estinzione. Ad esempio la Varzese, l’unica razza autoctona lombarda che era già qui ai tempi di Annibale, poi la Pontremolese, che trainava i marmi di Michelangelo, oppure la Cabannina, tipica vacca ligure dei sentieri impervi della Val d’Aveto.

Oggi però è la fattoria di Luigino a essere a rischio di estinzione.
Non ci sono giovani che vogliano proseguire la sua attività e non ci sono istituzioni interessate a tenere in vita questa specie di Arca che è anche un laboratorio permanente delle biodiversità bovine italiane.

Eppure siamo il paese dei vitelli. Il nome Italia deriva infatti dall’osco “viteliù”, terra dei vitelli, appunto.
E se c’erano i vitelli, c’erano anche le loro madri.

La quasi totalità dei bovini che pascolano in giro per il mondo sono italiani.

Siamo da sempre un popolo di emigranti…

 

Luigino munge una Varzese

 

Uno scorcio dell’Arca di Luigino e delle sue tante razze bovine

 

Paesaggio tipico della Bassa Pavese, con il fieno in attesa delle vacche.

 

Farina e letteratura.

Paesi, paesaggi mi ha portato nella terra di Fenoglio e Pavese, tra i ricordi del “partigiano Johnny” e i paesaggi della “Malora”.

A Cossano Belbo, circondati dai vigneti del Moscato d’Asti e i noccioleti delle Langhe, abbiamo visitato un mulino che macina ancora a pietra naturale cereali biologici a chilometro “doppio zero” (vengono dall’Alta Langa, dove uva e nocciole stentano a maturare).

E così, ai romanzi del Novecento si sono aggiunte anche le favole dell’Ottocento. I paesaggi letterari del dopoguerra si sono popolati di gatti con gli stivali, lasciati in eredità da vecchi mugnai…

La puntata è infatti dedicata a un’intera famiglia di mugnai, dal nonno Felice ai giovani Fausto, Fulvio e Federico, passando per la generazione di mezzo di Flavio e Ferdinando.

I loro nomi cominciano tutti per effe, come farina…

In onda su Striscia la notizia l’11 aprile 2014.
Questo invece il link per leggere il racconto su mentelocale.

 

Il mulino a pietra naturale

 

Il mulino al lavoro

 

Il nonno Felice e i suoi allievi martellano la pietra naturale

 

Tramonto sui vigneti del moscato d’Asti e i noccioleti delle Langhe

 

Farine integrali e pietre naturali.

Oggi siamo in Piemonte; il paese è Cossano Belbo, il paesaggio quello dell’omonima valle.
Vento lieve, aria di primavera, strada dritta e piatta. L’autostrada fuori Torino tace, finché il paesaggio comincia a muoversi. Nei finestrini laterali s’inquadrano piccole scosse superficiali, come l’inizio di un racconto. Quando il terreno si alza con decisione, è tempo di uscire.

Ad Asti imbocco la strada per Alba, poi a Isola svolto a sinistra, verso Sud, e comincio a curvare. Sono curve della strada, ma anche della vita. Nei paesi cerco i volti dei figli e dei nipoti del partigiano Johnny, nelle campagne gli scorci aspri della “malora”.
Pagine letterarie macinate dalla pietra naturale dell’esistenza.

Attraverso la terra di Fenoglio e Pavese e mi fermo a Cossano Belbo, un piccolo centro racchiuso tra i vigneti del Moscato d’Asti e i noccioleti delle Langhe dove è ancora in attività un mulino che macina a pietra naturale.

Pietra di cava della fine dell’Ottocento, da martellare a mano per mantenerne la giusta rugosità. Piccoli rilievi che il mugnaio incide a colpi di scalpello, il braccio appoggiato su un sacco di farina per dare stabilità al polso impegnato in un gesto che non ammette errori.

Il nonno Felice aveva acquistato il mulino negli anni cinquanta, spinto dalla necessità di un’attività che garantisse cibo. Scoprì invece un lavoro artigianale con il sapore dell’industria e l’aroma della terra.
Bisogna vederla girare, la macina del mulino, quando il motore muove la pietra e genera attriti che sprigionano profumi di pane e dolci. Tutt’intorno la campagna. Uno spettacolo.

Arrivo al mulino all’ora di pranzo. Il nonno Felice siede a capotavola, com’è giusto che sia. È ancora lui il tronco dell’albero. Ai lati, i rami della sua numerosa famiglia: Flavio, Ferdinando, Fulvio, Fausto, Federico… Tutti mugnai, con i nomi che iniziano per “effe”, come farina.

Davide siede tra loro, in cerca di riposo. Oggi non sta bene, ha la febbre e l’influenza. La voce roca, il fiato corto che brucia in gola.
Gli leggo il testo e gli suggerisco di recitare lentamente, senza affanni, mentre gli offro una caramella svizzera. Lui è stanco ma tiene duro. Mi stupisco ogni volta della sua tenacia, della sua resistenza mentale che diventa fisica.
Il corpo fa ciò che la mente comanda.

Si alza, imbraccia la sedia e raggiunge il grande albero cresciuto di fronte al mulino. Lo sfondo è un muro di pietra. Lui è un puntino elegante alla base dell’inquadratura. Con un sospiro dice: «Ecco, qui mio sento come a casa…».

Poi legge il testo, con la voce di cui oggi dispone. È paziente e disciplinato, se sbaglia ripete, senza scuse. Davide possiede una cultura del lavoro contadina, misto di tenacia, volontà d’azione e capacità d’attesa.

Dopo aver descritto il territorio e le sue curve, ci trasferiamo nel mulino. A motore spento, assomiglia a una cantina o a un’antica stazione ferroviaria. La struttura è in legno, come una grande botte posta su un piano rialzato davanti ai binari. C’è anche una campanella di ottone che ricorda i tempi degli arrivi e delle partenze.
Flavio accende il motore mentre Fulvio, Fausto e Federico lavorano sulla macina. Sbuffi di polvere biancastra spazzano l’oblò e diventano farina che scivola sulla piastra di metallo e si deposita nel sacco.

Davide osserva le fasi di questa lavorazione artigianale, quasi a freddo, che permette di ottenere una farina viva, con tutte le fibre del chicco: crusca, cruschello, germe, e poi vitamine, oligoelementi e sali minerali.

Infine guarda nella telecamera e spiega che «Fulvio e la sua famiglia lavorano cereali a chilometro ‘doppio zero’: segale, farro, meliga e grano saraceno che vengono dall’Alta Langa, a un passo da Cossano Belbo, coltivati nei terreni in quota dove l’uva e la nocciola non maturano».

Fulvio mi presenta le farine del mulino come fossero altri membri della famiglia. Ci accomuna la passione per il pane e la pasta madre; parliamo di lievitazioni, impasti e cotture. La sua però non è solo passione, ma professione. Scopro infatti che un buon mugnaio deve essere anche fornaio, per conoscere le sue farine e sapere come diventano cibo.

Davide ascolta le nostre discussioni. Annuisce e insegue con lo sguardo Massimo che gli gira intorno, uno stacco dopo l’altro. Pronuncia brandelli di frasi che una volta montati diranno al pubblico: «Le farine sono ingredienti primari di tanti cibi, come i colori di un quadro…».

Poi la macchina da presa si ferma e lui, tutto d’un fiato, aggiunge: «Mi chiedo cosa aspettino i nostri artisti chef e pasticceri a usare solo farine biologiche, integrali e naturali, come queste!»

Al termine della giornata, mi trattengo ancora un po’ a chiacchierare con Fulvio. Lo scrittore e il mugnaio: echi di fiabe nordiche e pagine di Pavese e Fenoglio, amico di gioventù del nonno Felice.

Quando risalgo in macchina non è per tornare a casa. Voglio prima salire alla Madonna della Rovere.
La gola è selvaggia ma docile al tempo stesso. I vigneti si distendono lungo le curve di livello, interrompendosi quando incontrano rocce, anfratti, oppure cascinali in pietra abbandonati.

Il partigiano Johnny è ancora qui, da qualche parte. Forse in compagnia di un gatto con gli stivali, lasciato in eredità dal vecchio mugnaio.
La vista dal Santuario è davvero notevole. Calata la sera, il tramonto s’accende a ponente mentre la luna gli sorride di fronte.
È un attimo che si prolunga senza fretta.

Leggo Pavese, il libro illuminato da questa luce di taglio. Il racconto Storia segreta parla anche del Santuario della Madonna della Rovere e della sua collina.

Una siepe di prugnole chiude l’orizzonte, e l’orizzonte sono nuvole, cose lontane, strade, che basta sapere che esistono…

Dentro, la luce è colorata, il cielo tace…

Se una vetrata della volta è schiusa, si sente un soffio di cielo più caldo, qualcosa di vivo, che sono le piante, i sapori, le nuvole…

Bene, adesso è tempo di andare; ci aspettano altri paesi e altri paesaggi.

Mi dirigo verso l’autostrada ma la Valle del Belbo mi cattura. Così mi ritrovo al buio, sulla statale per Ovada, con il finestrino mezzo abbassato e la musica in sottofondo. Ascolto Verdi; Macbeth e le voci delle streghe che danzano tra i filari. Il paesaggio comincia a popolarsi di ombre. Ancora una volta mi pare di scorgere un gatto che attraversa la strada…

Venite nella Valle del Belbo, terra di letteratura e grano macinati a pietra naturale; ma non come turisti, mi raccomando, come ospiti.

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Il gianduiotto ai funghi.

Oggi siamo in Piemonte; il paese è Giaveno, il paesaggio quello della Val Sangone.
Arriviamo bagnati fradici. Le stagioni sanno essere perfide con la gente di mare che si avventura ai piedi delle montagne senza guardare le previsioni del tempo.

L’appuntamento è in piazza, tra i torrioni che cingono il villaggio e la sua trama di vie che si allontanano dal centro per tornare sempre al punto di partenza.
Impossibile capire dove andare; impossibile perdersi. Adoro vagare nei luoghi che non conosco, vedere le cose senza osservarle. Fiori sui balconi, facce inumidite di persone, vetrine di negozi appena aperti e ancora senza clienti, qualche portone, dettagli del selciato di pietra.
Cose da niente, l’inizio di nuovi pensieri…

Quando le vie di Giaveno ci riportano in piazza – sopra il mosaico della rosa dei venti – Davide è già sotto il campanile. I passanti lo guardano incuriositi e chiedono di lui a Guido, il protagonista della puntata. Facciamo già audience, prima ancora di andare in onda.

La sceneggiatura prevede che Davide salga fino in cima, ma non può farlo perché soffre di vertigini. Anche Massimo non se la sente e allora monta l’operatore da solo, con la macchina da presa in spalla.
Farà una soggettiva di Davide che dirà fuori campo: «Giaveno è un paese composto da cento antiche borgate, difese da torri medievali e protette da un alto campanile. Anche voi, appena potete, guardate le cose dall’alto. Allargare lo sguardo apre la mente…».

Da lassù, la telecamera inquadra una valle che nasce appena fuori Torino e lentamente sale verso le montagne olimpiche. Fin dall’antichità, questa non è mai stata una via di transito, ma una terra abitata da popolazioni che qui hanno trovato riparo, lavoro e funghi!
Proprio così, la Val Sangone è la terra dei funghi, oltre che del cioccolato.

Il protagonista della nostra puntata è infatti Guido, un artista del cioccolato. Il nome esatto per definirlo è cacaotier. Un artigiano che non rielabora preparati di pasticceria, ma segue tutta la filiera dalle fave di cacao fino alle tavolette di cioccolato.
La ricetta è l’ultima cosa. Non la meno importante, ma quella che viene alla fine di tutto.

Andremo nel suo laboratorio nel pomeriggio. Adesso giriamo gli esterni e le sequenze di Davide che attraversa Giaveno con la sedia in spalla e l’incedere sicuro. È un viaggiatore lento ma inesorabile.
Un passo dopo l’altro; piccoli spostamenti del corpo verso mete provvisorie e mutevoli. Indefinite come la vita.

All’improvviso ricomincia a piovere. All’inizio piano, poi sempre più forte. Massimo indossa eleganti mocassini che cerca di proteggere camminando raso i muri della chiesa dei Batù, i Flagellanti che si punivano per pentirsi.
L’edificio risale alla metà del Cinquecento e mescola tratti classici a decori barocchi. All’interno conserva gli arredi originali e un organo settecentesco di grande pregio.
La pioggia battente ci percuote le schiene ingobbite. Sembriamo moderni Batù, mentre fuggiamo nel vicolo e corriamo verso il parcheggio.

Ci ripariamo nel laboratorio di Guido. Le scarpe di Massimo, per il momento, sono salve.
Siamo entrati in una vera “fabbrica del cioccolato”, ma in miniatura; uno spazio intriso di profumi, dove ogni centimetro quadrato è progettato perché vi accada qualcosa. Le macchine sono poche e sembrano semplici estensioni delle mani dell’uomo, come in ogni bottega artigiana.

I gesti di Guido sono esatti, come quelli dei suoi collaboratori. Si sfiorano senza urtarsi, si vedono senza guardarsi e si parlano senza dirsi niente. Affascinante vederli vivere come l’equipaggio di un sommergibile.
Fuori continua a diluviare. Davvero siamo all’interno di un sommergibile.

Davide dice che «in ottobre, Guido sceglie le fave di cacao in Equador, in Messico, in Venezuela, nell’isola di Madagascar o nelle Filippine; poi le porta a Giaveno e le seleziona a una a una, sterilizza le bucce, asciuga le fave e caramella gli zuccheri…».

Poi spiega che la concatura dura due giorni e che il temperaggio è un processo delicato che serve ad armonizzare gli acidi grassi del cacao.
Vedere Guido che spatola la massa di cioccolato sul piano di metallo è uno spettacolo. I suoi movimenti sono ipnotici, come quelli di una bacchetta che danza nell’aria e produce musica.

Davide fissa la macchina da presa ed esclama: «Tanto per capirci, da quando le fave di cacao entrano nel laboratorio di Guido a quando escono sotto forma di creme spalmabili, tavolette e cioccolatini, è passato un anno intero!»
Un tempo lunghissimo, se confrontato con le logiche dell’industria.

Mentre osservo Guido lavorare, vedo l’artigiano confondersi nell’artista. Non c’è niente da dire; solo osservare e, se possibile, imparare.

Nel pomeriggio smette di piovere e il sole diventa rabbioso. Lasciamo la piccola fabbrica del cioccolato e raggiungiamo il grande prato del Santuario della Beata Vergine del Bussone. Chissà quante coppie hanno amoreggiato da queste parti.

Questo luogo racchiude bene lo spirito della Val Sangone; abbastanza alto da anticipare la montagna e abbastanza piatto da ricordare la pianura. Davide posa la sedia sotto il portico seicentesco della chiesa in ristrutturazione. Dietro di lui, un telo di plastica da cantiere cade come il sipario di un teatro dismesso. Poco distante c’è una ragazza, immersa nella tuta da lavoro; carteggia il muro per ridare la tinta.

Cerchiamo di fare il nostro mestiere senza intralciare il suo, ma la ragazza è attratta dalla televisione. Teme e al tempo stesso desidera essere filmata.
Davide la incoraggia a farsi avanti ma lei arretra.
Per esigenze di scena, il nostro inviato assaggia un cioccolatino. Però sbaglia la battuta e ne mangia un altro. Poi un altro ancora perché l’audio è disturbato e uno perché l’inquadratura viene meglio di lato; alla fine, Davide ha divorato una scatola di gianduiotti dicendo: «Migliori le materie prime, più semplici le ricette. Pensate che questo cioccolatino è fatto solo con nocciole delle Langhe, zucchero di canna e il pregiato cacao Chuao del Venezuela. Ed è il gianduiotto migliore d’Italia!»

La ragazza accetta l’ultimo cioccolatino e sorride alla machina da presa. Non sa che Massimo l’ha già spenta.
Mentre smontiamo le nostre attrezzature, Guido mi ricorda che in epoca napoleonica il gianduia era stato il primo surrogato del cioccolato. Veniva tagliato con la nocciola per ottenere un prodotto più economico. Poi è diventato il simbolo di un territorio.

Bene, ora è tempo di andare. Ci aspettano altri paesi e altri paesaggi.
Quando venite in Val Sangone – oltre a gustare le specialità di Guido – ricordatevi di visitare la Sacra di San Michele, l’antica abbazia costruita dagli angeli e proprio per questo chiamata “sacra”.
Sorge sulla cresta del monte Porchiriano, una guglia rocciosa che sembra spuntare dal niente al confine tra la Val Sangone e la Valle di Susa. Il nome del monte è forse una derivazione di “Porcarianus”, monte dei Porci. Qui vicino c’è anche il Capraio, monte delle Capre, e il Musinè, monte degli Asini.
Tutti animali dei Celti, che un tempo abitavano la valle.

Allora, come dice Davide: «Venite a Giaveno, in Val Sangone, ma non come turisti, mi raccomando, come ospiti. Questa è anche casa vostra!»

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