Archive for gennaio, 2014

Dalla Bassa padana alle colline parmensi.

Quando uno scrittore ha un’emozione, la scrive; un musicista la suona, un pittore la dipinge.
Giovanni, invece, ne fa una birra.

La birra la producono i lieviti, ma è la creatività del mastro birraio che li guida e li ispira. In Germania ci sono contadini che bevono le birre di Giovanni e affermano con orgoglio che siano le uniche dove ritrovano il gusto del loro luppolo.

Infatti, sono le più premiate al mondo!

Un’altra storia di “Paesi, paesaggi”. Girata a Roncole di Busseto, in quel piccolo mondo di fronte alla casa di Verdi e al bar Guareschi.

Davide in un prato della Bassa tra Roncole e Soragna

Sulle rive del Po 

Sua maestà, il luppolo!

Roncole, davanti alla casa del maestro.

 

Dalla Bassa padana siamo saliti sulle colline parmensi.

La nebbia umida del grande fiume, a poco a poco si è dissolta ed è apparsa una distesa di campi coltivati.

Morbide curve di terreno che s’inseguono senza raggiungersi mai. Un luogo di pace, dove è ancora forte il suono del silenzio.

Qui abbiamo incontrato Aldo e la sua famiglia.

Un’altra storia di “Paesi, paesaggi”, dedicata al suino nero di Parma.

Sulle colline di Medesano.

Davide e Gianluca (il nostro grande pittore).

Sua maestà, il suino nero di Parma!

***

 

Una bottiglia di Venezia Nativa

La sera dell’epifania, Davide ha imbracciato la sedia con le corna di renna e si è seduto tra Ezio e Michelle. Insieme a loro ha lanciato uno dei servizi più interessanti di tutta la stagione di “Paesi, paesaggi”, dedicato alla Venezia Nativa e al recupero della Dorona, il suo vitigno autoctono.

Davide sulla sedia con le corna di renna, tra Ezio e Michelle.

Il paese è in realtà un’isola; il paesaggio uno scenario storico e culturale prima che geografico. Inizia il racconto di un viaggio nel tempo, verso le isole della laguna di millecinquecento anni fa.

Dopo aver parcheggiato le macchine nell’imbarcadero di Cà Noghera, siamo saliti in barca. Quando abbiamo mollato gli ormeggi era già buio. Procedevamo lentamente, sfiorando i canneti che costeggiavano i canali. In alto, nel cielo, le stelle sembravano lanterne sospese che indicavano la via a chi sapeva leggere rotte nascoste.

Siamo arrivati a Mazzorbo, dove ci aspettava Gianluca, il viticoltore che ha scoperto la Dorona. Ci ha raccontato di Mazzorbo, Burano, Murano e Torcello; di antichi prati fioriti, ortaggi e alberi da frutta. Ci ha parlato delle popolazioni di Antino, in fuga dai barbari, che avevano lasciato tutto sulla terraferma e avevano trovato molto di più sulle isole: acque pescose e acini d’uva ambrati come gocce d’oro.
L’anima agricola di Venezia è nata molto prima di quella commerciale; i suoi campi prima dei monumenti!

Qualche anno fa, uscendo dalla basilica di Torcello, Gianluca aveva notato nel terreno di una sua conoscente un vitigno molto particolare, quasi sommerso da altre uve. Una pianta con una foglia diversa da tutte, con due ali arricciate e due incavi profondi come occhi. Sembrava una maschera.
“Questa è antica,” gli aveva confidato la signora. “È il vitigno autoctono di Venezia!”

Gianluca nel campo di Dorona.

Gianluca aveva cominciato allora a ricercare, sui libri e nei campi, scoprendo che quel vitigno si chiamava Dorona, che era stato coltivato fin dal primo Medioevo e che era poi diventato il vino dei dogi. Aveva intuito però che quel vitigno era conosciuto già dalla popolazione nativa, da quella comunità di agricoltori, artisti e artigiani che aveva abitato le isole di Venezia prima che Venezia nascesse.

Tracce di Dorona erano sparse nei terreni della laguna. Poche piante abbandonate allo scorrere del tempo, come tenute in vita dal caso. Gianluca cominciò a realizzare una serie di micro-vinificazioni e si rese conto delle straordinarie caratteristiche di un vino bianco che aveva la forza di un grande rosso. Corpo e carattere solidi, invecchiati dal tempo e maturati al sole dell’esperienza.

Notò però che la qualità del vino tendeva a peggiorare a mano a mano che ci si allontanava dalla terraferma. Il terreno della Venezia Nativa è infatti un equilibrio generoso – ma precario – di sabbia e fango. Basta poco perché il sogno svanisca.

Nell’isola di Mazzorbo, Gianluca coltiva la Dorona in un ettaro di terreno vocato, all’interno dell’orto murato di Santa Caterina. Solo trenta quintali d’uva all’anno, perché le caratteristiche uniche della pianta si concentrino in pochi acini. Poi lascia macerare il mosto sulle bucce per oltre un mese e lo affina in botti di rovere per almeno due anni.
Una bottiglia di Dorona può vivere anche trenta o quarant’anni!
Una bottiglia senza etichette, eppure inconfondibile, con una foglia d’oro zecchino battuto a mano e fuso nelle vetrerie di Murano.

Vino, oro e vetro: tutta Venezia racchiusa in una bottiglia!

Bottiglie di Dorona nell’orto murato di Santa Caterina.

***

L’oro rosso di Villalba.

Oggi siamo in Sicilia. Il paese è Villalba, il paesaggio quello della Valle del Bilìci. La strada è scorrevole. Guido piano, tanto ho tempo. Conosco bene questo litorale che da Trapani porta a Palermo. Mi piace attraversare i vigneti dell’interno, seguire con lo sguardo la montagna che cresce sulla destra e il mare che si distende sulla sinistra.

Dopo l’aeroporto, il Monte Pellegrino. La grotta di Santa Rosalia mi ricorda il primo Festino che ho scritto nel 2004. Supero la lapide in memoria della strage di Capaci. Prima c’era un pezzo di guard-rail verniciato di rosso. Sangue vivo, sulla strada esplosa.

A Palermo c’è molto traffico. Procedo a passo d’uomo superando banchetti di pane e panelle. In piazza Kalsa c’è quello di Ciccio, il mio preferito; il suo panino con lo sgombro non ha rivali.
Ingoio il ricordo e tiro dritto, verso la Conca d’Oro.

Una manciata di chilometri appena, poi a Termini Imerese svolto a destra e comincio a salire. La strada di cui conoscevo ogni metro diventa all’improvviso un territorio nuovo e inatteso. Addirittura sorprendente. Si procede in quota, attraversando un paesaggio aspro e lieve al tempo stesso, superando piccoli paesi che interrompono pascoli e campi coltivati. Procedo davvero molto lentamente, lasciando che l’occhio rimbalzi tra i dettagli delle cose. Ogni tanto mi fermo, scendo dalla macchina e scatto delle fotografie; altre volte accosto, resto a bordo e guardo soltanto.

Quando arrivo nella Valle del Bilìci è tardissimo. Dobbiamo iniziare subito le riprese. Massimo mi viene incontro e mi passa dal finestrino un cesto di pane fatto in casa e una bottiglia d’acqua. È ciò che desideravo. 
Siamo qui per raccontare una piccola storia d’agricoltura antica
, legata alla coltivazione del pomodoro pizzutello siccagno. “Siccagno”, cioè secco, senz’acqua.

Decidiamo di andare con Davide e la sua sedia sulla cima del monte di Marianopoli, dove ci sono le pale eoliche e si domina la valle. Lui si mette comodo e si sente subito come a casa. Guarda in basso e spiega che «il nome Bilìci, pare che significhi ombelico…».
Questo è infatti il cuore della Sicilia, dove le temperature superano i quarantacinque gradi ma possono anche scendere sotto lo zero. Il terreno è secco e argilloso, ma ricchissimo di sostanze organiche.

Visto dall’alto, il paesaggio mi ricorda certe foto di Olivo Barbieri, dove il controllo del contrasto e della messa a fuoco rendono i luoghi simili a plastici. Un treno attraversa la vallata e sembra un modellino; gli alberi lungo la strada assomigliano a quelli che gli architetti fanno con le spugnette e gli stuzzicadenti per abbellire i progetti. Tutto pare una riproduzione della realtà, e noi dei giganti che da lassù potremmo prendere il mondo con la punta delle dita.

Credo che sia una specie di illusione ottica: un effetto di luce che stimola una reazione della mente. Ne parlo a Francesco, il protagonista della puntata, che mi risponde con un sorriso: «Qui è sempre così – dice – tutti i giorni, a tutte le ore».

Francesco non sembra un contadino; un ricercatore, piuttosto. Senza dubbio uno sperimentatore, uno a cui piace giocare con la terra e costruire castelli. Zappare campi, seminare piante, ritrovare cibi dispersi e risvegliare sapori addormentati.
Fosse nato a New York avrebbe forse coltivato orchidee in serra, come Nero Wolfe; ma è nato nel cuore della Sicilia e coltiva il pomodoro pizzutello siccagno.

Pizzutello è la varietà, siccagno la tecnica. Come dicevo, una coltivazione arcaica senz’acqua, l’unica possibile in un posto dove non piove quasi mai e i pozzi sono pochi, profondi e lontani.
Il pizzutello si semina a marzo e per tutta l’estate non riceve da bere né dal cielo né dall’uomo. Il contadino deve però smuovere il terreno e zappettare il campo tra i filari, per rompere la crosta argillosa e permettere all’umidità di correre tra le radici e nutrire le piante.

Adesso la stagione è finita e i filari sono spogli. Come sono diverse queste piante di pomodoro da quelle della mia infanzia nella piana di Albenga! Nei pomeriggi d’estate, noi ragazzi le innaffiavamo con una grossa canna nera che mettevamo all’inizio del solco. Poi camminavamo lungo i filari sincronizzando le chiacchiere con lo scorrere dell’acqua. I nostri pomodori erano tondi e gonfi, questi sono piccoli e allungati, crescono rasoterra e sembrano nascondersi tra le crepe del campo.

Francesco ci mostra la tecnica di coltivazione. La sua zappa scalza rapida il terriccio tra le piantine, seminate con cura a una a una. È sempre bello vedere l’artigiano al lavoro, quando usa gli strumenti come estensioni degli arti. Quando modifica se stesso insieme alla materia che lavora.
Il momento ha una sua magia. Massimo se ne accorge e toglie la telecamera dal cavalletto per inseguire i gesti di Francesco e filmare il suo lavoro.

Davide e io siamo sempre nell’inquadratura. Il regista ci rimprovera. Noi facciamo del nostro meglio per rimanere alle sue spalle, ma lui è troppo rapido: saltella da destra a sinistra, avanti e indietro per catturare le azioni del contadino, sempre chino sul terreno con la zappa in mano.

Decido allora di allontanarmi. Il padre di Francesco mi raggiunge e mi offre un peperone piccolo e dolcissimo. Un altro tesoro di questa terra. Lo mangio a piccoli morsi, come fosse un biscotto. Da lontano vedo Davide che prende un pizzutello dalla pianta e dice al pubblico a casa: «La produzione è scarsa e la fatica tanta, ma la qualità eccezionale! Pensate che le mogli dei contadini, per fare la passata di pomodoro, volevano solo u’ pizzutellu siccagnu e dicevano al marito: ‘Non mi portare nient’altro in casa, voglio solo quello!’»

La sera a cena, Francesco ci racconta della sua attività di ricercatore e di sperimentatore agricolo. Anni fa, sulle orme del Kamut, aveva scoperto che si trattava dello stesso grano che i contadini di Villalba e Valledolmo coltivavano nella loro terra e chiamavano Perciasacchi. Un nome affettuoso, derivato dall’uncino del chicco che rompeva la tela dei sacchi. Tutto questo prima che la multinazionale americana del Kamut nascesse e inventasse la leggenda del grano egizio dei faraoni.

Ma sono molti i grani autoctoni di questa zona della Sicilia. Francesco li coltiva in maniera rigorosamente biologica, con basse rese e alta qualità. Ci sono ad esempio il Tumminia e il Realforte, tipico grano duro dei Monti Sicani; oppure il Casedda, grano tenero ideale per fare pane, dolci e preparare la “Cuccia”, il piatto tipico della festa di Santa Lucia.

Poi mi racconta della lenticchia di Villalba e si perde nel mondo dell’olio e degli ulivi. Un universo ancora tutto da esplorare. Mi spiega che nella valle del Bilìci ci sono varietà che nessuno coltiva più e che invece sono eccezionali.

Dopo cena usciamo nel cortile di casa. In questa terra dove tutto sembra in miniatura, la luna ci appare gigantesca. Sorge da dietro il monte e illumina i nostri gesti. Comincia a fare fresco. Francesco mette una mano in tasca e quando la tira fuori, nel pugno, ha degli altri semi. Altre piante dimenticate da seminare e far germogliare. Altre storie di questa terra da raccontare.

Poi si va a dormire. Domani saremo tutti a Palermo. Francesco al mercatino del biologico di Palazzo Steri, Davide e io in piazza Kalsa, da Ciccio, a mangiare il suo panino con lo sgombro.
Guardo l’orologio e vedo che si è fermato. Domani, in città, cambierò la pila. Adesso non mi serve. Qui il tempo si è fermato e l’orologio è un oggetto inutile, da dimenticare.

Bene, adesso è tempo di andare. Ci aspettano altri paesi e altri paesaggi.
Allora, come dice Davide, venite a Villalba, nella Valle del Bilìci; ma non come turisti, mi raccomando, come ospiti!

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Un sorso di Venezia nativa.

Oggi siamo in Veneto. Il paese è Mazzorbo, il paesaggio quello della Venezia Nativa.

Le parole con cui Davide inizia la puntata di Paesi, paesaggi, oggi vacillano. Il paese è in realtà un’isola; il paesaggio uno scenario storico e culturale prima che geografico. Ci attende un viaggio nel tempo, verso la Venezia Nativa di millecinquecento anni fa.

Dopo aver parcheggiato le macchine nell’imbarcadero di Cà Noghera, siamo saliti sulla barca di Alessandro. Per un paio di giorni – circondati d’acqua – le auto non ci serviranno.
Quando molliamo gli ormeggi è già buio. Alessandro procede lentamente, sfiorando i canneti che costeggiano i canali. In alto, nel cielo, le stelle sembrano lanterne sospese che indicano la via a chi sa leggere rotte nascoste.

In basso, in laguna, la barca svicola tra le briccole che affiorano dall’oscurità e segue percorsi tracciati nella mente.
La navigazione nel tempo procede fluida, finché a un certo punto Alessandro si volta verso di noi e dice: «Ci siamo, è là che andiamo…».

Indica un punto indefinito, una meta che nessuno di noi riesce a vedere e che si perde nel fondo della notte.
Abbiamo lasciato la terraferma e stiamo cercando rifugio sulle isole. Come gli abitanti di Antino, che nel quinto secolo scappavano dai barbari che mettevano a ferro e fuoco le loro case, i loro campi.

Le invasioni barbariche inghiottivano il loro passato, ma nelle isole della laguna avrebbero trovato un futuro inatteso: un luogo anfibio come una creatura mitologica, per metà marino e per metà terrestre.

Un terreno fertile, nato dall’unione di sabbia di mare e limo dei fiumi. Un rifugio dal clima mite dove per secoli le famiglie della comunità nativa avrebbero vissuto in pace dedicandosi all’agricoltura, alla pesca e alla caccia.

Arriviamo a Mazzorbo poco prima di cena e camminiamo lungo il perimetro dell’isola. Meno di due chilometri che racchiudono una manciata di case, un cimitero e un orto murato che si confondono nell’oscurità.

Domani, passeggiando tra i filari di vite che si distendono verso Burano sotto il campanile di Santa Caterina, Davide spiegherà che «intorno all’anno Mille, quando Venezia non era ancora nata, sulle isole vivevano già cinquantamila persone!».
Una storia bellissima, che pochi conoscono.

Gianluca, il protagonista della puntata, ce la racconta seduti a tavola. Le sue parole, accompagnate da un piatto di moscardini, limone e pepe verde, stimolano l’immaginazione. Penso a una giovane donna che raggiunge piazza San Marco alla testa di un gruppo di turisti. È una guida che spiega Venezia in tutte le lingue del mondo. Immagino che improvvisamente si volti e cammini verso l’acqua. Infine, dando le spalle al Duomo e guardando le isole, esclama: «Ecco a voi, Venezia!»

Gianluca ci racconta di Mazzorbo, Burano, Murano e Torcello; parla di antichi prati fioriti, ortaggi e alberi da frutta. Acque pescose e acini d’uva ambrati come gocce d’oro. Io continuo a fantasticare. Disegno nella mente una serie di bottiglie di vetro che dalla laguna galleggiano verso la terraferma. Ogni bottiglia contiene una storia, una traccia della Venezia Nativa che riemerge dal tempo e consegna la sua esistenza al presente.

Domani, Massimo filmerà un primissimo primo piano di Davide che dirà: «Quando venite a Venezia e ne ammirate i monumenti, ricordatevi che la sua anima agricola è nata molto prima di quella commerciale!»

A tavola, dopo lo sgombro al carcadé e mela verde, gustiamo i tagliolini alla cima di rapa con broccolo fiolaro, acciughe e limone.
Gianluca ci racconta che qualche anno fa, uscendo dalla basilica di Torcello, aveva notato nel terreno di una sua conoscente un vitigno molto particolare, quasi sommerso da altre uveche si contendevano il campo.
Una pianta con una foglia diversa da tutte. Con due ali arricciate e due incavi profondi come occhi. Sembrava una maschera.

«Questa è una pianta antica», gli aveva confidato la signora, come attingendo le parole dai ricordi di famiglia. «È il vitigno autoctono di Venezia!»
Gianluca cominciò allora a ricercare, sui libri e nei campi. Scoprì che quel vitigno si chiamava Dorona, che era stato coltivato fin dal primo Medioevo e che era poi diventato il vino dei dogi. Intuì però che quel vitigno era conosciuto già dalla popolazione nativa, da quella comunità di agricoltori, artisti e artigiani che aveva abitato le isole di Venezia prima che nascesse Venezia.

Tracce di Dorona erano sparse nei terreni della laguna. Poche piante abbandonate allo scorrere del tempo, come tenute in vita dal caso. Gianluca cominciò a realizzare una serie di micro-vinificazioni e si rese conto delle straordinarie caratteristiche di un vino bianco che aveva la forza di un grande rosso. Corpo e carattere solidi, invecchiati dal tempo e maturati al sole dell’esperienza.

Notò però che la qualità del vino tendeva a peggiorare a mano a mano che ci si allontanava dalla terraferma. Il terreno della Venezia Nativa è infatti un equilibrio generoso – ma precario – di sabbia e fango. Basta poco perché il sogno svanisca.

Nell’isola di Mazzorbo, accanto a Burano, si erano forse create le condizioni migliori. Ed è proprio a Mazzorbo che Gianluca ha recuperato un antico orto murato e gli ha ridato vita. Due soli ettari: uno di filari di Dorona e l’altro coltivato a prato e orto. Dell’orto si occupano gli anziani dell’isola, che praticano un’agricoltura sostenibile e ripercorrono i sentieri dei loro avi, con un unico obbligo: quello di coinvolgere nel lavoro del campo i bambini delle isole.

Il vigneto è invece lavorato direttamente da Gianluca e dal fratello Desiderio, che coltivano la Dorona come fosse un dono prezioso. Solo trenta quintali d’uva all’anno, perché le caratteristiche uniche della pianta si concentrino in pochi acini. Poi lasciano macerare il mosto sulle bucce per oltre un mese e lo affinano in botti di rovere per almeno due anni.

Durante le riprese, Davide guarda il pubblico nascosto dietro la telecamera ed esclama: «Un bianco superiore vinificato come un grande rosso. Pensate che una bottiglia di Dorona può vivere anche trenta o quarant’anni!»

A tavola, mentre concludiamo con gelato di camomilla e meringa al limone, chiedo a Gianluca qualcosa in più su questo tempo lunghissimo. Gli domando se la Dorona migliori o peggiori nel corso dei decenni. Naturalmente non sa cosa accadrà nel futuro del suo vino. Però lo immagina e mi risponde con una parola sola: «Evolve,» dice in tono sospeso, ricordandomi che la vita è sempre trasformazione; maturazione e ricerca della libertà.

Al termine delle riprese, Massimo decide di filmare anche con la luce del giorno il nostro arrivo nella Venezia Nativa e il distacco dalla terraferma. Allora saliamo nuovamente sulla barca di Alessandro e ripercorriamo in senso inverso il nostro viaggio nel tempo.

Alessandro mette in moto e dirige la prua verso Nord. I secoli scorrono rapidi sotto la chiglia del motoscafo, sfiorano gli argini dei canali, sfilano sotto le reti sospese dei pescatori. Qualche cane abbaia da terra e difende il territorio; ci considera barbari minacciosi.

Arriviamo di fronte a piazza San Marco e galleggiamo tra le gondole e i vaporetti. I turisti sono tutti lì, schierati di fronte al Duomo, armati di strumenti capaci di fermare il tempo e contenere il mondo. Sono tanti, tutti divisi per lingue e tratti somatici, con le macchine fotografiche puntate sulla colonna e il leone alato.

Mentre Massimo filma, Davide e io osserviamo le guide turistiche. Ci voltano le spalle e guardano la città. Spiegano Venezia in tutte le lingue del mondo.
Noi ci sentiamo al di qua di un’immaginaria linea di confine.

Improvvisamente vediamo una di loro che si gira su se stessa. È una giovane donna. Raggiunge il bordo dell’acqua, distende un braccio e indica le isole dietro di noi, lontane nel tempo. Dice qualcosa ai turisti mentre Massimo, che ha appena terminato le riprese, chiede ad Alessandro di ripartire.
Non sento le parole della guida, ma le immagino: «Ecco Venezia, la Venezia Nativa…». Le stesse parole che diremo noi in trasmissione.

Adesso è tempo di andare, ci aspettano altri paesi e altri paesaggi. Allora, quando venite a Venezia, immergetevi nella sua anima nativa, un tesoro ancora custodito nelle isole della laguna.
Da vedere ci sono i grappoli di Dorona e da toccare c’è la bottiglia del suo vino, con una foglia d’oro zecchino battuto a mano e fuso nelle vetrerie di Murano.

Vino, oro e vetro: tutta Venezia in una bottiglia! Venite nella Venezia Nativa, ma non come turisti, mi raccomando, come ospiti!

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